Movimento 5 Stelle, e’ davvero una metamorfosi?

Visualizza immagine di origineLa crisi del governo Conte e soprattutto i suoi possibili sbocchi ha portato molti commentatori a tornare ad interrogarsi sulla natura del Movimento Cinque Stelle, le ragioni del suo successo nel 2018 e quelle del calo costante di consensi registrato negli ultimi tre anni. L’azione di governo avrebbe dovuto galvanizzare ulteriormente la base elettorale pentastellata, mentre oggi non vi è sondaggio che non registri un dimezzamento dei consensi rispetto alle politiche 2018. Quali sono le ragioni di questo fenomeno?

Noi non crediamo che la questione sia riconducibile al governo in sé. Bensì alla naturale trasversalità che componeva l’elettorato del Movimento fin dalla sua nascita.

Tra il 2008 e il 2018, Grillo e i suoi ragazzi hanno raccolto il dissenso che proveniva sia dai delusi del centrodestra che dai delusi del centrosinistra.

Nel 2018 una parte consistente di quello che era dal 1994 l’elettorato del centrodestra si affidò ai 5 Stelle, considerando ormai appannata (se non altro dall’età) la leadership berlusconiana e non vedendo ancora un leader in grado di raccoglierne il testimone.

Mentre una parte di elettori tradizionalmente di centrosinistra si orientò verso il Movimento a causa del progressivo aumento del distacco tra la base e la classe dirigente Democratica, arrivato all’apice con la segreteria renziana e gli ultimi anni di governo della scorsa legislatura.

Ciò che accomunava questi due segmenti di elettorato confluito nei Cinque Stelle erano un po’ di giustizialismo e la richiesta di ricette più drastiche per risolvere il malessere in cui versava (e versa tuttora) il ceto medio, il tutto accentuato dalla crescente intolleranza verso i privilegi della “casta”.

Cosa è cambiato in questi anni, con i governi gialloverde e giallorosso? Noi crediamo che la risposta sia semplice. I provvedimenti economici del Conte I hanno in parte soddisfatto le richieste di entrambe la basi elettorali dei grillini, ma il protagonismo di Salvini al ministero degli interni ha fatto ritrovare un leader alla destra.

Con l’uscita di scena di Berlusconi sempre più vicina, da due anni finalmente si vede un erede che sia in grado di raccoglierne il testimone, pur spostando nettamente a destra il baricentro della coalizione. Il leader della Lega si è preso i meriti della sua azione da ministro e anche quelli dei provvedimenti economici di quel governo.

Di conseguenza, chi si considera incompatibile con la coalizione di centrosinistra ha ritrovato una guida ed è tornato alla casa del padre. Ciò non è avvenuto per l’elettorato proveniente dal centrosinistra, che aveva maturato un distacco già a partire dal 2008.

Questi elettori oggi sostengono l’azione del Conte II, ma mantengono una forte criticità nei confronti della classe dirigente della loro storica coalizione di appartenenza. Il PD e il centrosinistra partecipano all’azione di governo, ma non ne raccolgono i frutti elettorali poiché quella parte di ex sostenitori che erano confluiti nei 5 Stelle non intendono tornare all’ovile.

Del resto è risaputo che la cosa che riesce meglio alla sinistra italiana è dividersi: lo è stato nel 1921, poi con gli anni di Craxi e con il duello Prodi-Bertinotti nel 1998. Fu così anche nel 2013, quando i voti “rubati” dai grillini in gran parte al centrosinistra non permisero a Bersani di andare a Palazzo Chigi e aprirono la strada al renzismo.

Nessuna metamorfosi del Movimento, quindi. Semplicemente, quando una forza politica raccoglie le istanze di un elettorato così vario e trasversale è naturale che col tempo almeno una parte di esso torni da dove proviene.

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E assecondare oggi la formazione di un nuovo governo Conte con la stessa maggioranza del precedente non significa fare l’ennesima mossa per conservare il potere, ma soltanto scegliere la strada che la gran parte degli elettori pentastellati rimasti vede come naturale, non avendo i numeri per governare da soli.

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