Summer Springs – Capitolo 49

49

I pezzi mancanti

                                                                                        “Vorrei confessarmi ma non ne sono capace,

                                                                                                                    perché il mio cuore è vuoto

                                                                  Ed è vuoto come uno specchio che sono costretto a fissare.

                                                                           Mi ci vedo riflesso e provo soltanto disgusto e paura.

                                                                                                 Vi leggo indifferenza verso il prossimo,

                                                                                                   verso tutti i miei irriconoscibili simili.

                                              Vi scorgo immagini di incubo nate dai miei sogni e dalle mie fantasie.”

                                                                                                           Antonius Block, Il Settimo Sigillo

 

Ridestandosi, la prima cosa che Trish riuscì a mettere a fuoco fu il soffitto: era come se fosse stato scavato all’interno di una grotta. Intorno a sé non aveva nulla, soltanto una grossa porta di legno la teneva separata dal resto del mondo.

Contemplando quella nuova, terribile, realtà le ricomparve davanti agli occhi l’ultima immagine che aveva visto, una figura che sperava fosse solo un’allucinazione, un parto di quei momenti colmi di paura.

Non lo era, come in ogni incubo che si rispetti la figura altri non era che Victoria mutata come il signor May in qualcosa d’altro, di non più umano.

L’immagine provocò in Trish uno smarrimento, una forma di ansia che le fece tremare tutto il corpo. Appoggiò le spalle al muro, lasciò che le gambe scivolassero sul terreno umidiccio e abbandonò il volto tra le ginocchia portate al petto in un ultimo, estremo gesto di difesa.

Le lacrime scendevano copiose, il respiro si troncava in gola ogni volta che sentiva la necessità di urlare la sua rabbia e il suo dolore per ciò che era accaduto alla sua vita nei pochi giorni trascorsi a Summer Springs.

Quella che all’apparenza doveva essere una semplice indagine, la ricerca di due colleghi scomparsi, aveva gettato la maschera in favore di una realtà carica di morte e presenze oscure, demoni vecchi quanto il mondo sfidavano uomini incapaci di tenere loro testa. Così ad uno ad uno erano caduti tutti gli eroi di Summer Springs, così era morta anche Victoria, l’unica donna per la quale Trish avesse provato un sentimento talmente forte da essere chiamato amore. Avrebbe voluto invecchiare insieme a lei, girare il mondo, visitare l’Europa; invece l’ultima immagine che avrebbe conservato nel cuore era quella di una creatura che la fissava con due occhi ricolmi di oscurità, un sorriso tetro sul volto e un fucile a pompa puntato verso di lei, anzi verso di loro; perché nel ricordo accanto a Trish una spaventatissima Alice cercava disperatamente di allontanare la paura dal suo cuore.

Nella sua mente ora apparve il volto della giovane, chissà che ne era stato di lei? Improvvisamente avrebbe voluto sapere se fosse viva, magari in una cella come la sua. Come un lampo a ciel sereno, la mente e il cuore finalmente d’accordo, s’impose che avrebbe fatto l’impossibile per trarla in salvo; non era stata in grado di aiutare Victoria, non avrebbe commesso lo stesso errore con Alice.

Chiusa in quella promessa, come se un’invisibile armatura le fosse calata addosso, si rialzò e con forza andò a battere i pugni contro la porta di legno, gridando per ogni colpo che rimbombava dall’altra parte.

Ed ecco che in quell’istante la porta, cigolando, si scostò sotto i pugni della giovane che incredula arretrò di un passo.

Vedendo che nessuno entrava o spalancava la porta decise di uscire dalla cella. Poggiò la mano e senza opporre resistenza la porta proseguì la corsa sui cardini e le mostrò il tunnel di una caverna illuminato da poche tremule torce appese alla rocciosa parete.

Guardandosi intorno notò che la sua era l’ultima di un filare di celle, alla sua sinistra infatti la nuda parete rocciosa segnava il termine ultimo del tunnel. Fu guardando dall’altra parte, verso destra, che notò sul fondo una tremolante luce e udì l’eco di una risata. Decise di incamminarsi, ma prima staccò una torcia dalla parete e la porse innanzi a sé, nella peggiore delle ipotesi si sarebbe trasformata in un’utile arma.

Il tunnel le sembrò lunghissimo e la quantità di celle, ammesso che il loro utilizzo fosse effettivamente quello, era impressionate. Infine giunse in un’apertura bene illuminata che dava l’impressione di essere una specie di ufficio sotterraneo: una scrivania e uno scaffale vuoto completavano l’illusione. In fondo all’apertura, seminascosta dall’oscurità, Trish riuscì ad intravedere una scala di legno che portava verso ai piani superiori della caverna.

Seduto dietro la scrivania stava lo sceriffo Harper intento a pulire il proprio revolver, così concentrato nel suo lavoro da non aver sentito il respiro affannoso di Trish alle sue spalle.

Nel vederlo la giovane non riuscì a sentirsi al sicuro, al contrario la presenza dell’uomo la spaventava maggiormente.

«Sceriffo…?» domandò quando capì che non l’aveva ancora sentita.

La testa dello sceriffo si alzò di scatto, poggiò entrambe le mani sul tavolo e si voltò.

«Trish! Si è ripresa finalmente! Scusi se la suite non era delle migliori, ma qui è difficile trovare qualcosa di più comodo. Si sente meglio ora?»

«La testa mi fa ancora male» mentì «ma vorrei sapere dove siamo, perché mi ha portata qui e non all’hotel?»

«Tempo al tempo Trish, vedrà che presto ogni cosa verrà chiarita, deve solo portare pazienza un’ultima volta.»

La giovane non capì l’atteggiamento dello sceriffo, sembrava stranamente a suo agio in quella situazione, anche se all’apparenza era tranquillo, c’era qualcosa che si nascondeva appena sotto il pelo di quella normalità, qualcosa di spaventoso che fece correre un brivido lungo la spina dorsale di Trish.

«Adesso» continuò Harper «posi a terra la torcia o potrebbe fare del male a qualcuno, si sieda qui accanto a me e non si preoccupi di nulla.» fece un passo nella sua direzione con le mani protese verso la torcia.

Trish d’istinto arretrò, avvertì nuovamente un brivido di terrore salirle lungo la schiena. Solitamente era Vicky che le parava le spalle, ma adesso lei non c’era più, Trish era sola e avrebbe dovuto difendersi da sola.

«Sceriffo non avanzi di un altro passo, dico sul serio stia fermo lì!» comandò Trish.

Harper non sembrava voler ascoltare, così avanzò di un altro passo, le mani protese come tentacoli finché Trish non andò a sbattere con la schiena contro la parete rocciosa del tunnel.

«Stai lontano da me!» gridò agitando la torcia innanzi a sé.

«ADESSO BASTA!» tuonò una voce alle spalle di Harper, che si bloccò all’istante.

Sbirciando oltre le spalle dello sceriffo, Trish vide qualcosa che un tempo doveva essere stato un essere umano, ma che ora non era altro che un’ombra tenuta insieme da brandelli di carne.

A fatica riuscì a trattenere un urlo, ma quando i suoi occhi incrociarono la creatura la riconobbe all’istante: era Peter May.

 

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